Flow

La mostra Oracoli al di là del mare a Villa Medici

Ingresso Mostra Oracoli al di là del mare, 18 giugno - 7 settembre 2026, Villa Medici, photo by Daniele Molajoli

Promozione Villa Medici, Accademia di Francia a Roma 2025-2026

Mostra a cura di Imma Tralli e Roberto Pontecorvo (Marea Art Project)

Curatrice associata: Camille Coschieri

Borsistə: Alia Bengana, Arianna Brunori, Diaty Diallo, Marin Fouqué, Elitza Gueorguieva, Camille Lévy Sarfati, Hugo Lindenberg, Giulia Lorusso, Paul Maheke, Randa Maroufi, Marie-Claire Messouma Manlanbien, Farnaz Modarresifar, Baptiste Pinteaux, Enrique Ramírez, Ben Russell e Thu-Van Tran.

Artistə invitatə: Nastasia Alberti, Jacques Kaufmann, Adriano Tramontozzi e Alice Visentin.

Ben Russell, Le fantôme souriant (2026), 2 x 30’, S16 mm su video, suono, LED. Photo Credits Daniele Molajoli

Oracoli al di là del mare nasce dal desiderio di rievocare le esperienze che lə borsistə di Villa Medici hanno attraversato nel corso della residenza a Roma, preludendo al suo atto conclusivo rappresentato dalla mostra che siamo statə invitatə a curare. Esercizio tanto più arduo in quanto, nel momento in cui abbiamo dovuto immaginare la mostra, la maggior parte dei lavori era ancora nel pieno del processo di creazione. La mostra, dunque, si configura come il nostro tentativo di far coesistere un’eterogeneità di voci in uno spazio fluido e imprevisto. Diventa un invito allə borsistə a incontrarci in un rituale comune, attraverso la messa in circolo di genealogie, pratiche e ricerche talvolta molto diverse tra loro, in una tensione costante tra il personale e il collettivo, il poetico e il politico. È anche un invito al pubblico a lasciar accadere, immaginando ciascuno dei lavori presenti come oracoli o sibille da consultare, senza pretendere risposte univoche, ma accogliendo visioni, presagi e domande capaci di trasformare il proprio sguardo. È una chiamata a coltivare una diversa logica del reale e a transitare tra mondi, entrando a far parte di uno spazio dove ogni gesto e ogni storia si fanno canto, segno o soglia.

Tra le esperienze che hanno costellato l’anno, la Notte Bianca del novembre 2025, ribattezzata dallə borsistə Notte Nera, ha rappresentato certamente un momento essenziale nel loro percorso: attraverso installazioni, concerti, performance, proiezioni e letture tra l’edificio e i giardini storici della Villa, lə borsistə hanno presentato per la prima volta insieme le loro ricerche e creazioni, manifestando il loro sostegno al popolo palestinese e alle «colleghə artistə che creano, resistono, in luoghi assediati, saccheggiati, distrutti; dal cuore dello sradicamento o dell’esilio», ma con la volontà di «continuare a costruire archivi della memoria, a tessere narrazioni alternative, a circondarci delle voci di chi non c’è più e della presenza di chi ancora vive». L’evento è stato preceduto da un momento eccezionale nella storia recente, accaduto proprio nelle settimane in cui lə borsistə sono arrivatə in residenza a Roma, quando centinaia di migliaia di persone hanno inondato le piazze italiane in una storica mobilitazione internazionale, in supporto alla Global Sumud Flotilla, la cui azione attraverso il mare ha catalizzato l’attenzione del mondo. 

Manifestazione per la Palestina e contro il genocidio. Roma, 22 settembre 2025 (Cecilia Fabiano, LaPresse) Fonte: internazionale.it

È a partire da queste premesse che l’ispirazione per il titolo di questa mostra prende forma. Richiama nello specifico  un’esperienza personale: il nostro incontro a Ramallah con l’artista e attivista palestinese Vera Tamari (Gerusalemme, 1945), figura centrale per il suo impegno nella creazione di movimenti artistici legati alla resistenza del popolo palestinese. Mentre ci raccontava del suo lavoro, un’immagine ci è risuonata come eco imprevista. Era Oracles from the Sein (1998): un’installazione di volti in argilla che riaffiorano dalle rive di Giaffa, la cosiddetta Sposa del Mare. In quei volti abbiamo sentito emergere un mondo di genealogie e cosmologie antiche, dove il senso di continuità della creazione e dell’incessante impulso alla vita resistono a ogni tentativo di oppressione. Una ballata malinconica che entra in relazione con la vita del litorale, un corpo vivo e arcaico, come le stesse terre emerse; quel luogo che la biologa marina Rachel Carson definisce «il luogo primordiale dell’incontro tra gli elementi della terra e dell’acqua, un luogo di compromesso, conflitto ed eterno mutamento». 

Oracles from the Sea (1998), Coste di Jaffa (Courtesy Vera Tamari).

Attraverso i lavori in mostra, che spaziano dalle arti visive e performative alla musica, dalla curatela alla storia e teoria delle arti, fino alla letteratura e all’architettura, ci teniamo a dare rilievo alle ricerche che lə borsistə hanno sviluppato in questo anno di residenza a Villa Medici, assumendo la trasformazione come pratica quotidiana. Con il prezioso supporto dell’équipe, hanno potuto invitare ospiti internazionali, proponendo performance, concerti, proiezioni di film, letture e assemblee, unendo le loro esperienze incarnate con quelle di altre studiosə. La Villa stessa è stata spazio di sperimentazione e di creazione di nuovi saperi. I lavori presenti sono anche il risultato di questo percorso. Alcuni hanno trovato la loro forma in opere finite, altri rivelano invece un processo in corso. 

Ci sono lavori che conducono tra gli interstizi di storie che, dal nord dell’Occidente, rivolgono lo sguardo verso Roma, con le sue atmosfere atemporali, le sue rovine e le sue stratificazioni storiche; altri guardano verso il territorio italiano, aprendo al contempo ad altre geografie, riconnettendosi a storie provenienti da Abya Yala, dall’Africa, dall’Asia, svelando quella che la filosofa Gayatri Chakravorty Spivak definisce violenza epistemica; quella violenza che il colonialismo e l’imperialismo ha perpetrato e continua a perpetrare sui sud del mondo, deumanizzando e razzializzando i popoli con sistemi di potere necropolitici. Aprono alla possibilità di riattivare memorie, celebrando la coesistenza con l’invisibile e il regno dei morti. Una porosità che con alcunə di loro abbiamo vissuto insieme durante una giornata di studi a Napoli, quando nell’ipogeo della Chiesa di Santa Maria delle Anime del Purgatorio ad Arco abbiamo scoperto l’antico culto popolare delle ‘anime pezzentelle’.

Tra i lavori in mostra, ci sono anche opere che danno forma a un immaginario sommerso che persiste con i suoi racconti e i suoi riti, in continuità con un sapere magico e mitico, preesistente al capitalismo estrattivo ed eteropatriarcale. Ci riportano in un luogo dove è ancora possibile tessere il filo che unisce le diverse storie, oltre i limiti dello spazio-tempo. Altre opere raccontano invece di streghe e di divinità ctonie provenienti da abissi infestati, rivendicando il potere di donne che agiscono come tessitrici della memoria, per dirlo con le parole della filosofa Silvia Federici. In un intreccio di voci e suoni, restituiscono al gesto artistico una dimensione rituale, diventando così luoghi da cui rievocare un universo di relazioni, creando spazi di cura reciproca, a partire dal corpo, dalle sue tensioni, ma anche dalle pulsioni e dai desideri che lo attraversano. Ci sono altresì lavori che ci introducono in mondi misteriosi e alchemici, invitandoci ad abitarli in un’interrelazione con gli esseri viventi e non.

È in questa trama di pratiche e posture che si iscrive l’esperienza della residenza a Villa Medici. Per lə borsistə ha implicato l’entrare a far parte di un corpo animato, dove personale e professionale, passato e presente coesistono e si pongono in questione. Un corpo dove intimo e collettivo si confondono nella circolazione di spazi, pensieri, emozioni e ambizioni, ma anche di debolezze e di paure, generando momenti di conflitto, di vulnerabilità e di dissonanze, accentuati dalla tensione di abitare un’istituzione. Allo stesso tempo, ha significato sperimentare il tentativo comune di non neutralizzare il privilegio e il potere che l’istituzione assegna, ma «di visibilizzarlo, di metterlo in discussione, di aprire uno spazio di parola partecipativo per capire insieme come usarlo e non agirlo» (Rachele Borghi 2020). Un processo di coscienza critica che sentiamo di aver percorso insieme a loro, assumendo i nostri posizionamenti e le contraddizioni che questo percorso ha comportato, mantenendo il dialogo costantemente aperto e amplificando lo spazio dell’ascolto e dell’incontro. Uno spazio quanto più urgente che con alcunə di loro abbiamo abitato insieme, penetrando nel tessuto sociale e culturale della città di Roma e muovendo i nostri corpi verso il Sud Italia, alla ricerca delle sue ritualità magiche.

Oracoli al di là del mare è anche un’ode che unisce i corpi in un flusso armonico con il cosmo. Intrecciamo allora lacrime e desideri come canti d’amore e di rivolta, affinché si unisca alle voci che riecheggiano in questo catalogo e renda trasformativo il vostro passaggio lungo le sale della mostra.

I testi che seguono rievocano le opere qui riunite. Nel tentativo di orientarne la ricezione, le abbiamo disposte secondo una traiettoria narrativa che non corrisponde alla loro collocazione fisica negli spazi espositivi, ma ne suggerisce e fa emergere possibili risonanze e attraversamenti. Non intende tuttavia indicare un percorso unico, bensì offrire una soglia di accesso. 

Tra i lavori presenti, incontriamo il progetto di ricerca dell’artista e regista Randa Maroufi: un’indagine filmica sulle pratiche del lavoro nelle industrie conserviere di acciughe nel Mediterraneo. Attraverso l’intersezione tra ecofemminismo, colonialismo e lotte sociali, la sua ricerca esplora in che modo il processo creativo e l’opera stessa possano agire come forma di resistenza collettiva. Concepito in tre temporalità, il film si svilupperà attorno alla lavorazione dell’acciuga, mettendo in tensione gli spazi della produzione e quelli del consumo. Un coro di memorie, gesti e presenze compone una narrazione stratificata del lavoro femminile e del tema migratorio, portando alla luce corpi e movimenti solitamente tenuti fuori campo.

Randa Maroufi, progetto di ricerca Femmes toutes mains (2026), Video, fotografia a colori. Photo Credits Daniele Molajoli

L’eredità coloniale si imprime sul paesaggio, trasmutando la natura in archivio vivente, nel lavoro dell’artista visiva Thu-Van Tran, la cui pratica artistica intreccia il poetico e il politico per interrogare il presente. Con Au couchant, Au levant (2022), fotogrammi che conservano l’impronta di foglie di hevea raccolte dall’artista nelle ex piantagioni Michelin in Vietnam e Ford in Amazzonia, emerge un’immagine eterea e fugace al contempo. L’albero della gomma diventa un emblema ambivalente: risorsa e strumento di dominio, segno tangibile dell’espansione coloniale, ma anche portatore di una forza vitale. Il lattice scorre come una lacrima, o un dono, evocando insieme la forza spirituale e la persistenza del vivente.

Thu-Van Tran, Au couchant, Au levant (2022 – 2024), Fotogramma, impronte di foglie di albero della gomma su carta Fujiflex. Photo Credits Daniele Molajoli

Se la terra conserva i segni dell’occupazione, i manufatti sottratti ne diventano testimonianza, configurandosi come reliquie silenziose. Lo vediamo ne La mirada que permanece dell’artista e cineasta Enrique Ramírez, la cui ricerca si sviluppa attorno a una piroga yagán, rubata nel 1893 all’estremo sud del Cile. Questa imbarcazione, appartenente ai popoli autoctoni della Patagonia cilena e argentina, è conservata da oltre centrotrenta anni nei depositi del Museo delle Civiltà di Roma. Tra movimento e reclusione, memoria e presente, l’artista evoca le storie delle comunità della Patagonia attraverso immagini di “zoo umani”, fotografie di esilio, un film e una scultura sonora. Quest’ultima, composta da semi di alberi autoctoni e pallottole di piombo, rimanda alle munizioni Remington utilizzate per sterminare queste popolazioni, collegando così il passato alla resistenza contemporanea.

Enrique Ramírez, La mirada que permanece (2026), Fotografie d’archivio, Film Super 8. Photo Credits Daniele Molajoli

Dalla riflessione sulle tracce materiali dell’espropriazione coloniale, ci apriamo alla dimensione collettiva della memoria, che vede nel rito uno spazio di trasmissione e resistenza. Un discorso che entra in risonanza con il progetto di ricerca della curatrice e autrice Camille Lévy Sarfati che a Villa Medici presenta alcuni elementi di un percorso artistico, politico e intimo condotto negli ultimi dieci anni attorno al rito come spazio di lotta contro le forze (colonialiste e nazionaliste) della cancellazione. Immagini, testi e suoni costituiscono qui un atlante alternativo, pienamente soggettivo, che rende visibile una tela di solidarietà, pensieri e pratiche. Durante la sua residenza, Lévy Sarfati ha riunito una quindicina di artiste e militanti per immaginare collettivamente un’Assemblea pluriversale itinerante incentrata sulle interazioni tra arte, rito e politica. Da questa contro-cartografia, ancora incompiuta, emerge la figura fortemente politica della Madonna di Trapani, celebrata in una processione multisituata e multireligiosa dalla Sicilia alla Tunisia.

Camille Lévy Sarfati, progetto di ricerca sauver la poussière, répandre la graine. et que nos mères soient dignes et fières (2026), fotografie, video, testi e oggetti. Photo Credits Daniele Molajoli

Il rito diventa liturgia del dolore, dove voce e memoria trasformano la perdita in un atto poetico, in Dans ses yeux d’albâtre della compositrice, suonatrice di santur e poetessa Farnaz Modarresifar. Per Villa Medici, propone una traccia audiovisiva più personale tratta dal progetto iniziale della sua opera per orchestra e coro, originariamente ispirata all’Oedipus Rex di Igor Stravinsky. Modarresifar intesse un legame tra musica e testo in una riscrittura della tragedia di Edipo, mettendola in risonanza con la sua esperienza autobiografica e con il dolore legato alle violenze inflitte al popolo iraniano nel gennaio 2026. L’accecamento di Edipo diventa qui una metafora dello sguardo e delle sue fratture, dove gli occhi occupano un ruolo centrale, tra percezione, disvelamento e scomparsa; motivo che attraversa la cultura persiana e che nutre il suo lavoro. A ciò si aggiunge un nucleo visivo composto da testi e fotografie realizzate dall’artista negli spazi della Villa e in musei e luoghi della città di Roma.

Farnaz Modarresifar, Dans ses yeux d’albâtre (2026), installazione fotografie e videoinstallazione. Photo Credits Daniele Molajoli

L’elemento mitologico e corale diventa un’esperienza immersiva in cui il femminile magico riattiva forze ancestrali con Cercle, l’installazione sonora della compositrice Giulia Lorusso, concepita come eco di un più ampio dittico per sedici voci. Partendo dalla metafora del cerchio come simbolo di ciclicità, di morte e rinascita e di trasformazione, Cercle si ispira al mito della maga Circe e al potere profondamente trasformativo dell’immaginario femminile. Fra discesa e riemersione, un insieme di voci abita lo spazio, concepito come un luogo di passaggio che collega metaforicamente il mondo di sotto al mondo di superficie. È in questo tempo transitorio che un rituale d’ascolto prende forma, fra entità ctonie che emergono dalle viscere della terra e guidano l’attraversamento di uno spazio liminale.

Giulia Lorusso, ensemble Les Métaboles, Cercle (2026), concerto a cappella nel Grand Salon della Villa, a completamento dell’installazione sonora presentata in mostra.

La dimensione circolare ritorna, passando dal potere evocativo del mito a quello trasmutativo dell’alchimia, dove saperi e visioni ridefiniscono il rituale come pratica di conoscenza. Lo esperiamo con Teatro Alchemico, l’installazione nata dalla collaborazione tra la filosofa e teorica dell’arte Arianna Brunori e l’artista visiva invitata Alice Visentin (Italia, 1993). A partire dalla metafora del teatro, immagine centrale con cui la Modernità ha pensato il mondo, e dal Theatrum chemicum, raccolta seicentesca di testi alchemici, l’opera restituisce l’esperienza di studio di questo immaginario misterioso. Tra figure allegoriche, linguaggi segreti e strane creature, il pubblico è invitato a girare attorno all’opera, sbirciando dall’esterno. Attraverso un ambiguo processo di disvelamento, ciò che appare enigmatico rivela una sorprendente familiarità: quei simboli sono gli stessi che continuano ad animare i nostri sogni.

Arianna Brunori e Alice Visentin, Teatro alchemico (2026), installazione con tessuto e struttura in alluminio. Photo Credits Daniele Molajoli

Con Myriades, l’artista visiva Marie-Claire Messouma Manlanbien ci conduce in immaginari cosmologici. Durante la residenza, l’artista si è concentrata sullo studio dei tessuti, come le tovaglie di Perugia, e sulle piante medicinali mediterranee. Da queste ricerche, sono nati abiti e ornamenti di alta sartoria, visibili attraverso La Maison Messouma, e un’installazione composta da arazzi cosparsi di elicriso, elementi in ceramica e pietre curative, collocata in uno spazio in cui coesistono il rapporto con l’Altro, la cura, il corpo e il nostro ambiente. Da questa installazione emerge una coreografia in cui memorie e genealogie matrilineari si intrecciano per tessere nuove visioni.

Marie-Claire Messouma Manlanbien, Myriades (2026), tessuto, ceramica, piante d’elicriso. Photo Credits Daniele Molajoli

Il corpo diventa uno spazio-tempo in cui s’iscrivono ferite e memorie nel lavoro dell’autrice e performer Diaty Diallo e della fotografa e archivista invitata Nastasia Alberti che portano avanti, da quasi vent’anni, un dialogo fotografico intuitivo e frammentario, attorno ai volti e ai corpi dell’una e dell’altra, e delle donne che le circondano. Le fotografie e gli estratti di interviste dell’opera Do you really want to be the one to fight? costituiscono un infra-racconto delle vulnerabilità, delle sofferenze invisibili e dei sintomi – all’origine dei quali vi sono violenze sistemiche – e riaffermano l’importanza di lasciare traccia per costruire un archivio delle parole dominate.

Diaty Diallo e Nastasia Alberti, Do You really want to be the one to fight? (2026), videoistallazione. Photo Credits Daniele Molajoli

Un campo di forze e di tensione performativa prende forma invece con Gancio dello scrittore, poeta e performer Marin Fouqué. Proseguendo il suo lavoro di ricerca attorno alle rappresentazioni della mascolinità, articola questa volta un’installazione sonora. Appassionato di boxe, durante la sua residenza a Roma ha frequentato La Palestra Indomita e la Palestra Popolare di San Lorenzo. Da queste sessioni è nato un testo sulla violenza e il genere, registrato dall’autore, tradotto in italiano e diffuso in due lingue all’interno di un sacco da boxe. È un invito ad avvicinarsi al sacco e a entrare nel corpo.

Marin Fouqué e Adriano Tramontozzi, Gancio (2026), Installazione sonora e testuale, sacco e guanti da boxe. Photo Credits Daniele Molajoli

Il tema del corpo e dell’identità di genere ritorna nel progetto di ricerca dello storico dell’arte, editore e curatore Baptiste Pinteaux, dedicato al lavoro fotografico di PaJaMa, trio di artisti statunitensi formato da Paul Cadmus, Jared French e Margaret Hoening French. Tra il 1937 e la metà degli anni Cinquanta, i tre si mettono in scena sulle spiagge di Fire Island e Provincetown, nel loro studio a Manhattan e in Italia, circondati dai loro amanti, modelli e collaboratori, per lo più uomini omosessuali. Queste visioni oniriche celebrano un immaginario sensuale e luminoso, in dialogo con il Rinascimento italiano, e raccontano il loro desiderio di sperimentare insieme nuove geometrie affettive.

Baptiste Pinteaux, progetto di ricerca PaJaMa (2026) - Paul Cadmus (1904-1999), Jared French (1905-1988), Margaret Hoening French (1906-1998), serie fotografica. Photo Credits Daniele Molajoli

Elitza Gueorguieva, scrittrice, performer e regista di documentari, invece, gioca sul tragicomico per interrogare l’identità e l’eteronormatività. Durante la sua residenza, ha proposto letture musicali burlesque e poetiche e ha presentato il suo film Chaque mur est une porte al Festival di Film della Villa. Per il suo ultimo romanzo, si ispira alla sua esperienza personale di candidata per la naturalizzazione francese, così come al percorso di una certa R. M., la cui richiesta di naturalizzazione era stata respinta nel 1939. La sua indagine diventa uno specchio di identità sospese, tra memoria individuale e memoria collettiva, tra marginalità e appartenenza.

Elitza Gueorguieva, Nos langues maternelles chantées dans un jardin (2026), videoinstallazione. Photo Credits Daniele Molajoli

Cambiando registro, tra i lavori in mostra, incontriamo la nuova serie Les Ombres des gisant·e·s se tiennent debout dell’artista visivo Paul Maheke, composta di opere monumentali realizzate con l’aerografo su tessuto. Esito delle ricerche sulla statuaria funeraria e sulle effigi di figure giacenti raccolte negli archivi dell’Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione, nei cimiteri romani e nelle catacombe etrusche, il lavoro ci introduce in un ambiente dove figure evanescenti e talvolta inquietanti si ibridano, in una sospensione tra veglia e sonno. Sono presenze fantomatiche che abitano lo spazio della mostra, indagando il modo in cui i morti persistono tra noi e come l’immagine possa diventare un luogo in cui l’invisibile si manifesta.

Paul Maheke, Les ombres des gisant.e.s se tiennent debout - figures noires, (2026). Photo Credits Daniele Molajoli

La dimensione corale lascia il passo all’intimità della perdita connessa al lutto, trasfigurando l’architettura in corpo memoriale ne La tour Montparnasse est ma mère et l’hôtel Pullman mon père dello scrittore e psicologo clinico Hugo Lindenberg che esplora il medium cinematografico attraverso un’opera di finzione al tempo stesso letteraria e visiva. Un giovane ragazzo vaga per le strade di Parigi alla ricerca del fantasma di sua madre, che crede di riconoscere nella torre Montparnasse, la cui sagoma scura domina il quartiere. Immagina allora che le persone che ama, alla loro morte, diventino degli edifici. Questa flânerie, sotto forma di film-saggio tra le strade del quattordicesimo arrondissement di Parigi, è un documentario poetico sul lutto e sulle sue rappresentazioni. 

Hugo Lindenberg, La tour Montparnasse est ma mère et l’hôtel Pullman est mon père (2026), videoinstallazione. Photo Credits Daniele Molajoli

Se la coesistenza con l’invisibile trasforma gli edifici in presenze familiari, l’intera città diventa allora scenario e arazzo di storie e fantasmagorie nell’installazione audiovisiva non fiction Le fantome souriant del cineasta e musicista Ben Russell. Allo stesso tempo proiezione in situ e lavoro di ricerca per un lungometraggio di finzione, quest’opera reinterpreta le rovine contemporanee di Roma attraverso gli occhi e le orecchie di un fantasma. Dai passaggi sotterranei archeologici e dai resti materiali della storia romana ai centri sociali autogestiti, l’opera esplora il modo in cui il presente trasforma e riabita il passato. Girato principalmente in 16 mm in bianco e nero, tra tunnel, manifestazioni, concerti e rovine, si delinea un ritratto di un’epoca in cui il personale e il politico si sovrappongono.

Ben Russell, Le fantôme souriant (2026), 2 x 30’, S16 mm su video, suono, LED. Photo Credits Daniele Molajoli

Dalla rovina come traccia del passato alla materia come progetto del futuro, l’architettura rivisita le vestigie antiche di Roma per immaginare forme costruttive di natura ecologica in Fiction constructive, il frammento di muro concepito come espediente concettuale e realizzato a quattro mani dall’architetta Alia Bengana e dal ceramista invitato Jacques Kauffmann (Marocco, 1954). A partire da un’incisione di Piranesi, che rivela la logica dei muri romani – costituiti da paramenti in mattoni utilizzati come cassero per un nucleo di calce e pozzolana – l’opera ne propone una reinterpretazione contemporanea. Il cassero in mattoni è mantenuto, con terracotta di recupero e mattoni in terra cruda, mentre il riempimento minerale è sostituito da una miscela isolante di terra e paglia. Stratificato e leggibile, il muro espone il proprio processo di realizzazione, mettendo in discussione i sistemi contemporanei ad alto impatto di carbonio e aprendo a una riflessione su materia, superficie, ornamento e collaborazione. 

Alia Bengana e Jacques Kauffmann, Fiction constructive (2026), Frammento di muro, mattoni artigianali in terra cruda, mattoni industriali in terracotta, paglia, intonaco in terra cruda, travertino; Riproduzioni incisioni di Piranesi, collezione Villa Medici e Istituto Centrale per la Grafica. Photo Credits Daniele Molajoli