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Bea Scaccia e il progetto di ricerca attorno alle furmechelle ~ L’intervista

A volte una residenza comincia molto prima che accada. Nel 2022, Bea Scaccia (she/her) era a New York, dove vive dal 2011, quando Carol LeWitt e Bruce Josephy videro una sua personale al JDJ. Quell’incontro generò una prima connessione che portò Marea a entrare in contatto con Bea e a immaginare, insieme, una residenza. Per Bea, che vive a New York ma è cresciuta in Ciociaria, Praiano era sempre sembrato un luogo lontano, quasi irraggiungibile. Da quel primo incontro sono passati anni, ma il filo non si è mai interrotto: nel 2025 Bea è arrivata a Praiano per trascorrere alcune settimane in residenza con Marea a Casa L’Orto, la casa di proprietà della famiglia LeWitt in Costiera amalfitana. Oggi possiamo finalmente ripercorrere la sua ricerca attraverso le immagini, le persone e le storie che l’hanno attraversata nel corso della residenza.

Marea ~ Bea ci racconti chi sei e attorno a quali temi ruota il tuo lavoro? 

Bea ~ Mi chiamo Bea Scaccia. Vivo a New York dal 2011, ma sono cresciuta nella provincia di Frosinone, in un paesino minuscolo che si chiama Castelmassimo. Lavoro soprattutto con la pittura e l’animazione. I temi intorno ai quali ruota il mio lavoro sono la bellezza, l’identità e la maschera. Mi piace lavorare con gli accessori che compongono l’idea stereotipica di bellezza – le perle, i gioielli, i capelli, le stoffe – e combinarli in un modo che poi diventa disturbante. Non lo faccio in maniera razionale, è qualcosa che mi viene naturale, ma trovo sempre che ci sia una dualità in questo: tutto ciò che è considerato estremamente bello può diventare anche mostruoso, e anche abbastanza velocemente, a seconda della società di riferimento. 

Mi interessa quindi l’idea di come venga costruita e ridotta l’immagine della donna e di ciò che è considerato bello. Gioco molto sulla dualità: principessa e strega, per dirla in termini molto semplici. Il tema dell’identità, della maschera, della performance esistenziale sono aspetti che mi stanno particolarmente a cuore. Considero l’identità qualcosa di estremamente fragile, che continua a cambiare e a cambiarci. Le maschere che indossiamo ci aiutano a costruire la nostra identità. Faccio sempre una distinzione tra le maschere che sono anche i ruoli che la società decide di attribuirci e, invece, quelle maschere, quegli indumenti, quegli accessori che decidiamo noi di indossare per sottolineare il nostro potere. Sono un po’ queste le tematiche sulle quali continuo a giocare. 

Marea ~ Bea qual era il progetto con cui sei arrivata a Praiano? Avevi già un’idea precisa in mente: quanto è cambiata durante la residenza e cosa è successo nel momento in cui ti sei confrontata davvero con questo territorio? 

Bea ~ Praiano è nei miei pensieri da tantissimi anni. Ero stata invitata qualche anno fa, ma New York è lontana e ci sono stati diversi contrattempi, quindi siamo arrivatə al 2025. Ero venuta qui con l’idea di lavorare a un progetto il cui titolo era Che io sia terrorizzante e in ottima forma. La prima parte della frase è collegata a Leonor Fini, che amava farsi cucire i vestiti e pare che, provandosi un abito in una boutique napoletana, abbia detto: “Do I terrify?” Sono abbastanza terrorizzante? Voleva giocare proprio con quell’idea della strega: non voglio essere rassicurante, voglio essere spaventosa. È una frase che mi è rimasta molto impressa e che fa parte del mio lavoro. e che io sia in ottima forma nasce invece da un’altra riflessione: anche se pensiamo di essere andatə oltre certi stereotipi, rimane molto forte l’idea che la donna debba essere sempre giovane, sempre in forma, sempre vestita bene, sempre desiderabile, sempre all’altezza di uno standard. 

Poi sono arrivata a Praiano e tutto è andato completamente a rotoli. Non sapevo più come approcciare il tema iniziale. E quindi ho deciso di calmarmi, di respirare, di essere una spugna: di mettermi completamente in ascolto nei confronti del territorio e di quello che succedeva qui. 

Marea ~ Durante queste settimane quali sono stati i luoghi, gli incontri e soprattutto le persone che ti hanno attraversata di più? C’è qualcuno o qualcosa che ha modificato il tuo modo di guardare? 

Bea ~ Praiano è un luogo talmente bello e talmente denso che all’inizio ti paralizza. Ho passato i primi giorni senza sapere davvero come approcciarlo. Ero seduta in casa e mi sentivo in colpa perché non guardavo il mare o perché non lavoravo. Poi ho deciso di affrontare tutto e di lasciarmi attraversare dal luogo. E quello che fa Marea in questo territorio è particolarmente unico, forse è una cosa che dall’esterno non si può percepire. Neanch’io ero stata in grado di capire fino in fondo la portata e l’intensità di questo progetto. 

Gli incontri belli ci sono stati dal primo giorno. Già il viaggio in macchina da Roma a Praiano con Roberto, Imma e Francesca, con cui ho condiviso lo spazio della residenza: era tutto fuori dal tempo. In realtà questa immersione in un contesto completamente nuovo, ma allo stesso tempo familiare, è iniziata subito. Poi ci sono stati gli incontri con le persone invitate durante la nostra residenza, come Micol Meghnagi e Valentina Amenta, che hanno portato qui dei discorsi urgenti e importanti. Mi hanno fatto sentire anche molto umile rispetto a quello che so e a quello che penso di sapere. 

E poi ci sono state le persone del luogo. Qui ho percepito un’apertura diversa da quella a cui sono abituata, da quella con cui sono cresciuta. La Ciociaria è un luogo pieno di persone genuine e molto legate al territorio, ma anche molto chiuse, per via della storia della zona. Qui invece c’è una curiosità, un’apertura verso chi arriva, che probabilmente è legata anche al mare. E naturalmente c’è anche l’altro lato: l’eccesso di turismo, che però questo luogo subisce, con tutto ciò che comporta. 

C’è stata poi sicuramente la signora Anna, che ci ha accolto nel suo negozio di ceramica e mi ha offerto subito caffè e pasticcini. Ha iniziato a parlare, a chiedere, a raccontare di sé con un’estrema vulnerabilità. Ha detto delle cose che magari normalmente non si dicono subito a una persona appena conosciuta. Poi nonna Teresa mi ha colpito tantissimo, sia per l’accoglienza, sia per le cose che ha detto. Dopo pochi minuti mi ha raccontato che lei era brava a scuola, ma che suo padre le aveva detto che le donne dovevano fare solo le calzette e quindi non aveva potuto studiare. Ha fatto la sarta tutta la vita, che è una cosa che ovviamente mi affascina molto. Ma quello che mi ha colpito è il modo in cui lo raccontava: con una consapevolezza che indicava chiaramente che sapeva che alla base c’era una disparità di genere. C’era un misto tra il rassegnarsi a essere anche contenta della propria vita – perché lo è, è circondata da persone che la adorano, è evidente – e, allo stesso tempo, la consapevolezza che avrebbe potuto fare ed essere altro. 

Marea ~ Poi c’è stato l’incontro con le furmechelle, che hanno avuto un ruolo importante nel tuo percorso durante la residenza. Come sei arrivata a questa storia e cosa ti ha spinto ad approfondirla?

Ho scoperto la figura delle furmechelle quando ho iniziato a studiare. Erano donne che, a partire dagli anni ’30 del Novecento, attraversavano i sentieri della Costiera trasportando sulla schiena carichi pesantissimi: pali, fascine, sacchi di carbone, barili di vino, ceste di limoni. Conoscevo appena la loro storia e, come al solito, ho immediatamente collegato questa esperienza alla mia zona, perché anche nella tradizione ciociara esiste la pratica di portare cose pesanti sulla testa. Ma la portata del carico qui è stata completamente diversa. Mia nonna portava questi cesti sulla testa, addirittura senza mani: li teneva perfettamente in equilibrio grazie a una ciambella di stoffa. Erano però il bucato, dei piccoli pezzi di legna raccolti nel bosco, cose limitate che servivano per il camino. Qui invece, iniziando a vedere documentari e a leggere, ho scoperto che le furmechelle arrivavano a portare cinquanta chili e poi abbiamo scoperto anche molto di più sulla schiena. Era impossibile. 

La postura era completamente diversa, sempre chinata, per consentire al collo e alla schiena di creare una linea quasi dritta. C’era questa protezione, quasi un cuscinone, e poi questi carichi immensi sulla schiena. In uno dei documentari si diceva che, viste arrivare dalla montagna, sembrava portassero dei sommergibili. E, vedendo la struttura di questo territorio – tutte scale, salite, discese – è diventata quasi un’ossessione per me. Camminavo per il paese affaticata dai gradini e pensavo: ma come facevano con cinquanta, sessanta chili sulla schiena? Poi siamo andatə a Maiori a conoscere Silvia, che l’ha fatto per undici anni, mi sembra, e anche lì ho dovuto ricalibrare completamente quello che avevo nella testa. Non ho trovato una persona che denunciava la condizione di sfruttamento o che voleva raccontare quella storia nei termini che io mi ero immaginata. Ne parlava con orgoglio, come se fosse parte della sua identità. Continuava a dire che era un lavoro che le permetteva di stare all’aperto, cosa che amava molto, e con molto orgoglio raccontava quanto portava sulle spalle, quanto andava veloce. Era la più veloce di tutte a salire in montagna. 

Avevo trascorso giorni a pensare, a studiare, a farmi delle opinioni e poi d’un tratto ho dovuto ricominciare da capo, cercando sempre di rimettermi in ascolto. Credo che la cosa più importante sia proprio l’umiltà e il capire che, in realtà, non sappiamo nulla. Non sappiamo mai davvero cosa succede in un territorio, soprattutto quando arriviamo da fuori. In un territorio così speciale l’unica cosa che puoi fare è metterti in ascolto e diventare una spugna.

E l’incontro con Silvia, in questo senzo, è stato emblematico; mi ha fatto riflettere ancora una volta su quanto ogni individuo abbia la propria storia e su come noi, a volte, decidiamo per le altre persone cosa devono pensare della loro esperienza. Ovviamente alla base c’è qualcosa che non funziona nel sistema, ma per lei, in quel periodo, quella stessa attività era anche un modo per emanciparsi come donna. 

Marea ~ Una residenza artistica può essere anche un’occasione per allontanarsi, almeno temporaneamente, dalla frenesia della città. Che cosa ha significato per te avere uno spazio di ricerca in cui non c’è necessariamente l’obbligo di produrre, ma la possibilità di fermarsi, osservare e lasciare che il lavoro prenda una forma imprevista?

Bea ~ Avere la possibilità di non produrre – che è un termine orribile, ma che in una città come New York, che è un po’ il centro del mondo dell’arte, finisci inevitabilmente per usare – è una cosa enorme. Venivo da un periodo particolarmente impegnativo proprio in termini di produzione di opere. Quindi venire qui e non dover fare concretamente qualcosa di specifico è stata una grande liberazione. All’inizio, però, è stato anche qualcosa che mi ha inibita molto. Dicevo: che faccio? come faccio? Pensavo, per esempio, che avrei avuto bisogno di uno studio. Invece no. È stata proprio questa la cosa più bella: essere lì, in uno spazio meraviglioso, con pochissimo a disposizione. E un po’ alla volta inizi a respirare. E quando inizi a respirare capisci anche delle cose sul tuo lavoro. E secondo me è un grande regalo per un artista: concederlə questo tipo di pausa. Non una pausa in cui non fai nulla, ma una pausa in cui puoi ripensare il tuo immaginario. Cominci a prendere appunti su quello che succederà in futuro. Momenti del genere servirebbero molto più spesso, anche se ovviamente le città non sempre te li concedono.

Marea ~ Tra tutte le immagini di questo periodo in residenza, ce n’è una che ti è rimasta particolarmente dentro? 

Bea ~ Una delle prime sere qui ci siamo affacciate e forse quello è stato anche il momento in cui io e Francesca siamo entrate ancora più in sintonia. C’era una donna che stava bruciando delle sterpaglie. Aveva creato un fuoco altissimo e, per la prospettiva in cui eravamo, vedevamo soltanto la sua sagoma scura con la fiammata dietro. Era una cosa bellissima. Ovviamente abbiamo pensato alle streghe, a tutte le simbologie che fanno parte anche del mio immaginario. Aveva creato davvero una nuvola di fumo che arrivava fino al mare. C’era la luna piena. Quello è stato, per me, il benvenuto a Praiano.