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La residenza di Bea Scaccia a Praiano

Riavvolgiamo il nastro e torniamo al novembre 2025 , quando l’artista visiva Bea Scaccia (she/her) è arrivata a Praiano per la sua residenza a Casa L’Orto. Ma questa storia era cominciata nel 2022, quando Carol LeWitt e Bruce Josephy  visitarono una sua mostra a New York. Da quell’incontro nacque una prima connessione che portò Marea a entrare in contatto con Bea e a immaginare, insieme, una residenza. Da allora il filo non si è mai interrotto, e oggi ripercorriamo la ricerca che ha sviluppato, attraverso le immagini, le persone e le storie che hanno attraversato il suo percorso.

Il progetto iniziale, dal titolo “Che io sia terrorizzante e in ottima forma”, nasceva da una ricerca sulle immagini, sulle memorie e sui frammenti di storie di donne: un archivio di memorie femminili necessariamente incompleto, fatto di ricordi forse sfilacciati, oggetti, gesti e racconti. Bea arrivava con un’idea precisa, legata anche alla sua ricerca sull’identità, sulla bellezza e sulle maschere: ciò che indossiamo, ciò che la società ci attribuisce, ciò che invece scegliamo di indossare per costruire la nostra identità.

All’inizio tutto sembrava lineare. Ma Praiano, per Bea, ha reso la linearità banale. Gli incontri, le storie, l’onestà dei racconti delle donne della zona hanno reso quanto pensato superfluo. «Sono arrivata a Praiano e tutto è andato completamente a rotoli. Non sapevo più come approcciare il tema iniziale. E quindi ho iniziato a essere completamente in ascolto del territorio e della complessità che lo anima». 

Così la ricerca ha cominciato a prendere un’altra forma. Le serate sono diventate tempo per leggere “Il Lavoro delle Donne” di Rita Di Lieto o “Sud e Magia” di Ernesto De Martino, per guardare e riguardare documentari come “Femmene ‘e viaggio”, ripensare alle persone passate prima di lei da Casa L’Orto. Tra memorie e rabbie nuove, Bea ha ritessuto alcune immagini della propria infanzia in Ciociaria. 

La ricerca è diventata così uno spazio da attraversare, lasciando che fossero le persone e il territorio, con le sue storie e le sue contraddizioni, a cambiare le domande.

Nel percorso di Bea a Praiano, l’ascolto del territorio è passato anche attraverso le donne che ancora oggi custodiscono e tramandano pratiche di lavoro antiche. 

Siamo andatə a incontrare Carolina, Maria e le altre donne dell’Associazione delle Arti e dei Mestieri di Praiano, per conoscere la lavorazione del tombolo e del ricamo: fili, fuselli, pizzi e merletti, ma soprattutto storie. Tra il suono di questi attrezzi, sono riemerse memorie antiche, quelle che le nonne raccontavano davanti al braciere nelle notti d’inverno. 

Poi c’è stato l’incontro con Teresa. Per Bea è stato uno di quegli incontri capaci di aprire una crepa nella storia personale e, insieme, nella storia collettiva. Teresa le ha raccontato di quando andava a scuola e di come il futuro delle donne fosse già tracciato. Non poté quindi continuare gli studi e fece la sarta per tutta la vita. «Mi ha colpito tanto l’interno della cucina, l’accoglienza, ma anche le cose che ha detto. Nel suo racconto convivono due dimensioni difficili da separare: la consapevolezza della disparità di genere e, allo stesso tempo, la soddisfazione per una vita piena di affetti. Teresa sa che avrebbe potuto fare ed essere altro. Eppure racconta anche ciò che è stata, con la consapevolezza e la serenità di chi riconosce il proprio percorso.» 

È in questa complessità che Bea ha trovato materia per la sua ricerca. Non personaggi da rappresentare, né storie da mettere semplicemente in archivio, ma persone da incontrare e da ascoltare abbastanza a lungo da lasciare che siano loro a raccontarsi.

Durante la residenza a Praiano, l’intenzione di Bea è stata quella di raccogliere nuove memorie e di ripercorrere le proprie, attraverso anche elementi legati alla casa e alla domesticità: teiere, tazze, lampade, cesti di frutta legati al ruolo e al lavoro delle donne, entrando in contatto con il territorio e le storie e ritualità a esso connesse.

Dopo i vari incontri con le persone del luogo e l’ascolto di storie, a un certo punto, nella ricerca di Bea, sono entrate le “furmechelle”: donne che, a partire dagli anni ’30 del Novecento, attraversavano i sentieri della Costiera trasportando sulla schiena carichi pesantissimi: pali, fascine, sacchi di carbone, barili di vino, ceste di limoni. Una condizione tragica di sfruttamento del lavoro delle donne: le testimonianze di chi c’era raccontano di pesi che potevano arrivare fino a 100 chili. Le chiamavano “furmechelle” perché procedevano in fila lungo i sentieri che dalle colline scendevano verso la costa, curve sotto il pesante carico cantando «…pesante u sempre a sporta. Purtarla ‘ngoppa ‘e spalle me ce aggio fatto ‘o callo”. 

Per Bea, la scoperta è stata anche un ritorno alla propria storia in Ciociaria, ma con una differenza enorme. Sua nonna portava ceste sulla testa, tenendole in equilibrio senza usare le mani. «La tradizione di portare cose pesanti sulla testa è anche tipica del luogo da cui provengo. Mia nonna si faceva questa ciambella di stoffa, di bucato, di legna che prendeva dal bosco e che servivano per il camino.» 

Studiando documentari e materiali sulle furmechelle, Bea ha cominciato a misurarsi mentalmente con quei carichi, con quelle montagne, con quelle scale. «Portare 50 chili, 60 chili e più sulla schiena, è impossibile.» È così che morfologia di Praiano è diventata parte della ricerca: salite, discese, gradini, percorsi verticali, e anche il corpo è entrato a far parte del lavoro. 

Bea ha iniziato a immaginare e a disegnare i movimenti delle furmechelle, studiandone la postura, la fatica, il modo in cui il corpo si adattava al peso e quella particolare protezione, quasi un cuscino, che permetteva di sostenere i carichi sulla schiena. La ricerca stava cambiando ancora. Non più soltanto memoria, ma gesto. Non più soltanto racconto, ma corpo. E il paesaggio costiero diventava, a sua volta, parte del processo.

Crediti Foto d’archivio: Officine Zephiro

Dalla ricerca è nata anche una video-animazione in cui l’artista prova a compiere i gesti delle furmechelle, entrando fisicamente in relazione con i movimenti e la fatica di queste donne. 

«In uno dei documentari si dice che sembrava che portassero sommergibili vedendole arrivare dalla montagna. Entrando nella morfologia di questo territorio, che è tutto scale, salite, discese, è diventata quasi un’ossessione per me. Quindi camminavo intorno al paese affaticata dai gradini, pensando: ma come facevano?»

Per capire veramente una storia, a volte bisogna prima mettere in discussione l’immagine che ci siamo costruite. È quello che è successo quando siamo andatə a incontrare Silvia, una donna di circa sessant’anni che aveva lavorato per undici anni trasportando sulle schiena quei carichi impossibili. Bea si aspettava di incontrare una donna segnata dalla fatica e pronta a raccontare quella esperienza soprattutto come sfruttamento del suo corpo e di quello delle altre donne. Ha trovato altro. Silvia ne parlava con orgoglio. 

«Ho dovuto ricalibrare tutto quello che avevo pensato fino a quel momento, non ho trovato una persona che denunciasse e vivesse quella condizione come mi ero immaginata. Continuava a dire che quel lavoro le permetteva di stare all’aperto, cosa che amava molto, e con molto orgoglio raccontava quanto portava sulle spalle, quanto andava veloce. Era la più veloce di tutte a salire in montagna.»  

È così che una storia può contenere contemporaneamente più storie: la fatica e lo sfruttamento di un sistema, ma anche il modo in cui una persona ha vissuto quella stessa esperienza, trasformandola in una parte della propria identità. 

E forse qui che la residenza ha trovato il suo centro. «Arrivare con dei concetti prestabiliti, per fortuna, non serve mai. L’unica cosa che puoi fare è metterti in ascolto e diventare una spugna.» 

Una ricerca che procede per tentativi, intuizioni, ripensamenti. Pensare, farsi un’opinione, ricominciare da zero. E ascoltare ancora.